La Storia

IL COMUNE DI ZOVENCEDO

Il territorio di Zovencedo apparteneva all’antica Corte di Barbarano donata al Vescovo di Vicenza nel secolo X dai re Ugo e Lotario di Provenza, Corte che comprendeva “tutto il territorio, parte fertile pianura, parte montuoso e parte paludoso, che giaceva tra la Valle di Grancona e la Liona ad occidente, e i confini di Nanto e Vo presso gli Euganei a oriente”, di cui il Vescovo nel 1268 si proclamava “Re, Duce, Conte e Marchese”.
Il castello di Zovencedo viene nominato per la prima volta in un diploma imperiale rilasciato alla Chiesa vicentina nel 1158 da Federico Barbarossa e compare appunto tra i castelli riconosciuti di proprietà del Vescovo, mentre nel 1187 nella casa dei Canonici di Santa Maria di Barbarano troviamo tra i presbiteri Domenico Pedret de Zovenzedo.
Nel 1316 il castello doveva avere ancora una certa efficienza; è dello stesso anno, infatti, un atto di investitura col quale il vescovo Sperendio concedeva “una casa con tetto di coppi posta nel castello, vicino alla porta del castello”. In quel tempo dentro quel complesso si trovava anche la casa del Comune poiché un’altra investitura dice testualmente: “un sito con muraglie, casa, fienile e cortile nel castello di Zovencedo vicino alla casa del Comune” (G. Mantese, 1981).

(da Flavio Dalla Libera, Zovencedo tra cronaca e storia, Zovencedo, Parrocchia di S. Nicola di Bari, 1998).

BORGHI RURALI DI CALTO E DEL GAZZO

Calto, come località, è citata negli atti notarili a partire dal 1200 ed è riportata nelle prime carte del Vicentino dell’inizio del Seicento. Il suo territorio appartiene amministrativamente a tre comuni: Villaga, Zovencedo e Grancona, sul confine dei quali sorge un caratteristico capitello a pianta triangolare, con le statue di tre santi.
Il toponimo “Calto” indica “scaranto”, luogo scosceso dove, all’occorrenza, scorre l’acqua (nei Colli Euganei è spesso sinonimo di “torrente”).
Il borgo rurale ben visibile dal capitello è quello sotto Zovencedo, composto da edifici con esposizione a mezzogiorno, costruiti in successione, uno addossato all’altro, sopra la roggia dei mulini, la Liona. Fino al 1960 questa contrada aveva un mulino, un forno, un’osteria, una rivendita di generi alimentari, una bottega di falegname e una scuola elementare, con un’unica sezione di una quindicina di alunni.

La Valle del Gazzo, invece, una delle zone più integre dei Colli Berici, è la più lunga valle interna dei Berici, e per il suo orientamento NE-SO è variamente esposta ai raggi del sole nel corso dell’anno.
La sua storia antica è testimoniata proprio dal nome di origine medievale (da Gagium o gahagi, forma latina del longobardo wald = bosco), nel significato di “riserva boschiva protetta”.
Qui nel passato i monaci Olivetani della Madonna di Lonigo possedevano diversi beni, e secondo la tradizione vi era anche un loro ospizio con chiesa.
Notevole impulso all’economia della contrada fu dato negli ultimi due secoli dallo sfruttamento dei suoi prodotti del sottosuolo: la pietra bianca di San Gottardo, estratta dalle numerose priare aperte nei versanti della valle, e la lignite, scavata nella miniera vicino all’attuale capitello di Santa Barbara, protettrice dei cavatori e dei minatori, eretto nel 1949.